Due Anni o Quasi 12. La Telefonata

la telefonata

Parcheggio, avvolgo Gilda nella sua copertina colorata, entro in clinica, la consegno a un’infermiera e mi metto seduto in sala d’attesa. Un’ora dopo, la dottoressa mi spiega che Gilda è cieca da un occhio ma che forse l’altro ha qualche speranza. Che ora starà senza collare e che potremo interrompere le medicine e i ridurre i colliri. Bisogna avere ancora un po’ di pazienza. Terranno Gilda sotto osservazione tutta notte. Si faranno vivi molto presto domani mattina. Faranno di tutto per aiutarla. Quando arrivo a casa e racconto a Beatrice della visita, la speranza, che tanto ci sosteneva, svanisce. Ci hanno solo ribadito che è cieca. Ci hanno detto di aspettare fino a domani. Siamo seduti per terra a fissare la cuccia rossa vuota e la vaschetta delle crocchette piena. Non ceniamo. Ci rivolgiamo a malapena la parola. Ci diciamo che non potevamo fare altro o forse non dovevamo fare nulla. Il senso di colpa è un fardello che ci opprime e ci fa andare a letto scuri in volto. Ci ritroviamo entrambi in cucina quando, all’alba, suona il telefono. Blocco renale, complicazioni, niente da fare. Gilda non c’è più. Mi dicono di venire a prenderla. Senza fretta. Riaggancio e ripeto meccanicamente a Beatrice le parole appena udite. Poi lacrime pesanti mi esplodono dagli occhi, scendono copiose e mi inondano il viso. Abbraccio Beatrice che piange e urla a sua volta. Siamo nella più cupa e tragica disperazione. Ci metto una vita a uscire di casa, lo faccio quando riesco a smettere di piangere. Vado a prendere la salma in clinica. Mi consegnano un sacchetto con dentro Gilda. Carico il piccolo sacchetto sulla macchina, chiudo la portiera e riprendo a piangere. Due ore dopo arrivo da mia madre, scavo una piccola fossa, seppellisco Gilda e torno da Beatrice. Sto ancora piangendo. Penso di aver pianto così tanto solo quando è morto mio padre. Avevo undici anni e non ho dovuto scavare una fossa in giardino per seppellircelo dentro.

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