Due Anni o Quasi

“Deve soffiare forte qui dentro”, dice il poliziotto. Io soffio nella cannuccia e il risultato sono sei mesi senza patente. Così succede che perdo il lavoro e bevo ancora di più. Quando esagero col bere vedo ovunque ragazze bellissime, le abbordo e faccio di tutto per conquistarle. Il mattino dopo non mi interessano più. Questo è un dettaglio, la verità è che ho una vita da sistemare. Vado verso i quaranta e sono al verde, non ho nemmeno i soldi per l’affitto. Nel frattempo viene pubblicato il mio primo e unico libro. Non lo legge nessuno. Durante l’ennesima serata alcolica in centro, conosco Beatrice. Mi colpiscono soprattutto i suoi occhi nocciola. E’ la prima volta che le parlo anche se l’ho già vista in giro. Le snocciolo il curriculum vitae ma capisco che emerge solo il mio grave stato di ubriachezza. Allora le dico che ho scritto un libro, con la tipica enfasi sommessa di chi ha compiuto un’impresa alla sua portata.

Non so se concedergli altri dieci secondi o andarmene. Ho capito, da come biascica le parole, che ha bevuto parecchio. Quando inizia a dirmi che ha scritto un libro, si accende la mia attenzione. Lo spiega con gli occhi che brillano come se nel libro che ha scritto ci fosse molto più del significato delle parole. Forse una richiesta di aiuto. Comunque un libro non è poco. Inizio a pensare che posso stare ad ascoltarlo. Mi piace la sua voce. A fine serata mi chiede di non andare via, di rimanere con lui per un ultimo drink. Decido di accettare e andiamo a casa mia.

La mamma che entra in casa è il mio momento magico. Io scodinzolo, faccio la mia solita festa e mi prendo la mia bella dose di coccole. Stasera però non entra da sola. Quando lo vedo, lo scrittore, non è che proprio mi faccia impazzire. La mamma l’ha conosciuto che lui era senza patente e puzzava di alcool. Lei dice che lui le piaceva quasi da subito ma che ha iniziato a interessargli quando ha detto che ha scritto un libro. Secondo me, lui l’ha detto per fare colpo. Si sa che la mamma ha un debole per gli artisti ma non è mica una che si porta a casa chiunque. Sono quattro anni che è la mia mamma e un anno circa che siamo sole. Abitiamo da poco in una nuova casa. Il primo papà non c’è più e ce ne siamo fatte una ragione. Ci sono stati un paio di brevi nuovi papà ma nessuno che le piacesse abbastanza. Io spero che non arrivi nessuno. La mamma è bella, dolce, affettuosa. Lo scrittore invece prima mi chiama col nome sbagliato, poi mi dà una grattatina distratta, infine mi ignora. Va bene, ho capito. Mi metto a nanna nella mia cuccia rossa a sognare prati verdi con tante piantine da annusare.

“Ti ricordi di Gilda?”, mi chiede Beatrice mentre un batuffolo di peli mi lecca la faccia. Una yorkshire terrier di tre kilogrammi per la precisione. Ieri notte ero ubriaco, non le ho prestato attenzione. Stamattina la guardo e penso che è simpatica, piccola e del tutto inoffensiva. Gilda, scusa se ti ho ignorato ma, capiscimi, poteva essere la prima e ultima volta che ti vedevo e non ho molto interesse per gli animali domestici. Non è che io sia privo di sensibilità, è proprio che non mi frega nulla dei cani e dei gatti. Non sono uno di quelli che pensa si possa voler bene a una bestiola più che a un essere umano. Un cane, per dire, resta un cane anche se gli vuoi bene. Un essere umano, purtroppo, resta un essere umano anche se lo odi. Banale verità. Dopo aver fatto colazione, chiedo a Beatrice se posso restare. Le dico che andrò al canile municipale a svolgere un lavoro socialmente utile per ridurre i tempi di sospensione della patente. Mi lascia le chiavi di casa sul tavolo ed esce per andare a lavorare.

Arrivo in negozio e ho in testa Marco. Faccio l’estetista in centro. Non è il lavoro che sognavo da bambina ma è meglio che restare senza corrente elettrica e senza cibo. Amo l’arte e le ho dedicato la mia adolescenza. Ma c’erano altri piani per me e così sono finita qui. Tra una ceretta e l’altra rivivo il film dell’incontro con Marco, della serata passata insieme e di stamattina con Gilda che gli lecca la faccia e lui che le fa il verso. Mi ha chiesto se poteva restare come se fosse stata Gilda a chiederlo. Subdolo rubacuori. E’ deciso, lo scrittore senza patente resta. Non intendo pensare troppo. Non stavolta. Io e Gilda stabiliamo chi rimane e chi va via. Almeno in questa casa. La nostra casetta. Riempita di cose e ancora un po’ vuota. Piccola ma perfetta per noi due. È Gilda che mi ha visto piangere e disperarmi. Mortificarmi e risorgere. Con lei provo a ricominciare. A crederci almeno. La forza di un cane è che ti restituisce affetto e niente più. Non ti aiuta nel pagare le bollette o nel decidere che lavoro fare. Non ti telefona per chiederti se hai bisogno di soldi o per chiederti se può usare la macchina. Non ti sussurra parole d’amore né ti aiuta a fare la valigia. È solo un cane. Un meraviglioso cane a cui donare tutto l’amore che si ha dentro. Perché lei, Gilda, ti restituirà tutto questo amore ogni volta senza mai lamentarsi. Mi viene da sorridere al pensiero che uno come Marco vada a fare volontariato al canile.

“In galera non si sta così male”, mi fa Ragù mentre entriamo in canile. Ragù è un ragazzo tunisino in carcere qui in Italia per problemi di droga. Ma in Tunisia ha accoltellato un uomo potente, è scappato e teme che lui possa scovarlo e farlo ammazzare. Così preferisce stare in prigione. Ogni giorno lo portano al canile insieme ad altri detenuti e qui può passare alcune ore in libertà vigilata a fare lavori socialmente utili insieme a me. Lo chiamano Ragù ma si chiama Raouf. Dopo che gli ho raccontato di Beatrice, mi spiega che oggi al canile si taglia l’erba. Il mio compito è raccogliere le cacche dei cani prima che lui tagli l’erba. Mi sembra un buon inizio. Al canile municipale ci sono quasi 200 cani. Circa un terzo sono in isolamento o sotto cure mediche in una struttura laterale inaccessibile da personale non autorizzato. Il resto sono suddivisi in celle da uno o due cani, dipende dalla taglia, dalla pericolosità e dal carattere. Le celle sono raggruppate in blocchi da quattro. Ogni blocco ha un giardino esterno in cui i cani passeggiano, socializzano, interagiscono e soddisfano i bisogni corporali. Io raccolgo questi ultimi con una paletta attaccata a un palo di legno, metto gli escrementi in un sacchetto che poi butto in un bidone. Mentre mi occupo delle defecazioni canine, devo svuotare il sacchetto di raccolta dell’erba del tosaerba e portarlo nell’apposito bidone. Quando i bidoni sono pieni, li sistemo nel camioncino del canile. Capisco l’importanza fondamentale del togliere le cacche prima che passi il tosaerba nel momento in cui stacco il sacchetto di raccolta dell’erba e l’odore è lo stesso del sacchetto della cacca. Un circolo vizioso in cui, se non raccogli bene la cacca prima dell’erba, tutto puzza di cacca e erba. In effetti quando esco dal canile e torno a casa di Beatrice, ho addosso un odore imbarazzante.

Mi prendo tante coccole dallo scrittore che puzza di cacca ed erba mentre aspettiamo che torni la mamma. Lo scrittore mi fa giocare con la pallina e fa finta che sia io a parlare. Ci divertiamo entrambi. Spero che lo scrittore non sia una fregatura. Non sembra uno che sta attraversando un bel periodo. Non lavora e questo non va bene. Va a fare volontariato al canile e questo mi piace molto. Anche se poi puzza di cacca. La mamma ha sofferto troppo e non voglio vederla piangere. La sera mi preparano la pappa. Parlano e sorridono poi ascoltano la musica e ballano. La mamma ascolta sempre la musica. Ascolta tante canzoni, sia se è triste e mi stringe forte coricata sul divano sia se è allegra e saltella tenendomi abbracciata. La mamma è felice e lo so perché balla con lo scrittore. Si tengono vicini e si muovo al ritmo della musica. Io non ne so nulla di musica ma ne so un sacco di amore. Quando mi lasciano da sola in salotto mi metto a fare il riposino. E’ un’attività fondamentale nella vita di una cagnolina e occupa circa dieci ore del mio tempo ogni giorno. Pisolini, crocchette e coccole a volontà, questa è la felicità. Forse è presto per dirlo ma magari lo scrittore è il mio nuovo papà.

Marco ha la tendenza a combinare guai ogni volta che decide di fare l’uomo di casa. L’anno scorso ha fuso la cera delle candele a bagnomaria per creare delle “candele uniche”, così le ha definite. Il risultato è stato che mi ci sono volute settimane per pulire i pavimenti. Qualche tempo dopo ha usato il detersivo per i piatti nella lavastoviglie, producendo milioni di metri cubi di schiuma che hanno invaso la cucina. Il mese scorso, nel tentativo di sbrinare il freezer, ha rotto il frigorifero. Però ha un lavoro, non beve e con Gilda è il papà perfetto. Quando torno a casa è talmente sazia di coccole che non mi fa le solite feste. Se invece provo a baciare Marco, Gilda fa la gelosa, torna da lui e si fa coccolare come a farmi vedere che è lei la preferita del papà. Dunque anche la piccolina si è presa una cotta. Meglio così. Sono due anni o quasi di noi quando mi accorgo che Gilda ha un problema all’occhio.

“Gilda ha qualcosa all’occhio”, mi fa Beatrice a colazione. Nessun problema. E’ ora di fare una visita oculistica. Ci pensa il papà. L’ambulatorio è aperto, ci andiamo subito. Il veterinario si mostra immediatamente preoccupato e richiede l’intervento dell’oculista. Potrebbe essere un glaucoma, mi spiega. Ce lo aspettavamo, gli dico. Avevamo immaginato qualcosa del genere. E’ abbastanza comune nei cani di piccola taglia. L’oculista capisce subito che l’occhio è messo davvero male. Non si tratta di cataratta o glaucoma ma di lussazione del cristallino. Lì per lì pensi a una spalla o a un’anca. Il cristallino è una lente. Gilda va operata subito. Torno a casa. Spiego a Beatrice la situazione. Non abbiamo il tempo di fare grandi ragionamenti. Non abbiamo il tempo di riflettere. Cerchiamo su Google una clinica adeguata, telefoniamo, prenotiamo la visita e partiamo. Un’ora e mezza di macchina e arriviamo. Non siamo preoccupati ma nemmeno tranquilli. In clinica Gilda viene visitata e scopriamo che l’occhio destro è compromesso e va operato ma anche il sinistro, che sembrava sano, ora ha qualche problema. Vanno operati entrambi. E’ necessario un doppio intervento. Gilda può restare cieca e ci sono possibili complicazioni legate all’intervento. Ci vorranno alcune ore. Un’attesa infinita. E’ notte fonda quando ci chiamano per dirci di tornare in clinica.

“L’operazione è andata benissimo”, dice la dottoressa consegnandomi Gilda avvolta nel suo tappetino colorato. Sudaticcia, la lingua fuori e del tutto priva di sensi. Respira, penso, almeno respira ancora. La portiamo a casa in un silenzio di tomba. Ci aspettano alcune settimane di sacrifici e di notevole impegno dato che ci sono diverse medicine da prendere in diversi momenti della giornata. Poi ci sono i colliri, ne dobbiamo dare mezza dozzina dalle sei del mattino fino a mezzanotte. Ogni tre giorni è necessaria una visita di controllo. Gilda non si muove. Non emette un suono né un lamento. Non è più la piccola impertinente che si infila nel lettone e ti fa feste a non finire reclamando coccole. La prima volta che ti chiedi cosa è successo e che pensi che non sarà più come prima, non la scordi. Non ci fai caso perché non vuoi pensarci ma non la scordi. Non è questione di pietà ma di consapevolezza. La mia vita è in quell’esserino peloso con gli occhi dolci. Gli occhi. Non ci sono più. Una pallina di vetro vuota a sinistra, un acquario in miniatura pieno di sangue a destra. Mi tormento pensando che non sarà mai più come prima ma poi mi dico che lei merita discorsi diversi da questi. E’ che non vedo un miglioramento. Non uno. Dopo ogni visita di controllo sembra che, invece di migliorare, la piccola stia peggio. L’istinto mi dice una cosa, la testa un’altra. Gilda è come una figlia, non mi vergogno a dirlo. Vederla sempre nascosta da qualche parte mi fa venire pensieri sempre più brutti.

Quando non sto bene, io mi nascondo in qualche angolo. Non mi fido tanto degli esseri umani, poco dei cani, per niente dei gatti. È che non sono quella che ha bisogno di tante attenzioni dagli estranei. Io vado d’accordo con chi mi vuole bene. Se mi fai tante coccole, io scodinzolo. Se mi gratti il sedere, io alzo la testa in segno di godimento e in effetti godo tanto. E’ che se sto male, non c’è nulla che mi aiuti. Mi sento così strana a non vedere la mamma e il papà. Mi sento strana perché sento la loro voce e sento il loro odore ma non li vedo. Però ho capito che è successo un gran casino quel giorno che siamo stati dall’oculista. Quando mi sono risvegliata, non vedevo più niente. Ho questa cosa, chiamata collare elisabettiano, attorno al collo. È rigida e non riesco a grattarmi l’orecchio e l’occhio. Mi prude e mi dà fastidio. Mi fa male soprattutto il pancino ma saranno le medicine. Tante. Troppe. Mamma e papà si incartano una volta sì e una no nel cercare di mettermi i colliri e ogni volta mi fanno la doccia. Mi sento molto male l’ultima volta che il papà mi porta alla clinica.

Parcheggio, avvolgo Gilda nella sua copertina colorata, entro in clinica, la consegno a un’infermiera e mi metto seduto in sala d’attesa. Un’ora dopo, la dottoressa mi spiega che Gilda è cieca da un occhio ma che forse l’altro ha qualche speranza. Che ora starà senza collare e che potremo interrompere le medicine e i ridurre i colliri. Bisogna avere ancora un po’ di pazienza. Terranno Gilda sotto osservazione tutta notte. Si faranno vivi molto presto domani mattina. Faranno di tutto per aiutarla. Quando arrivo a casa e racconto a Beatrice della visita, la speranza, che tanto ci sosteneva, svanisce. Ci hanno solo ribadito che è cieca. Ci hanno detto di aspettare fino a domani. Siamo seduti per terra a fissare la cuccia rossa vuota e la vaschetta delle crocchette piena. Non ceniamo. Ci rivolgiamo a malapena la parola. Ci diciamo che non potevamo fare altro o forse non dovevamo fare nulla. Il senso di colpa è un fardello che ci opprime e ci fa andare a letto scuri in volto. Ci ritroviamo entrambi in cucina quando, all’alba, suona il telefono. Blocco renale, complicazioni, niente da fare. Gilda non c’è più. Mi dicono di venire a prenderla. Senza fretta. Riaggancio e ripeto meccanicamente le parole appena udite a Beatrice. Poi lacrime pesanti mi esplodono dagli occhi, scendono copiose e mi inondano il viso. Abbraccio Beatrice che piange e urla a sua volta. Siamo nella più cupa e tragica disperazione. Ci metto una vita a uscire di casa, lo faccio quando riesco a smettere di piangere. Vado a prendere la salma all’ingresso della clinica. Mi consegnano un sacchetto con dentro Gilda. Carico il piccolo sacchetto sulla macchina, chiudo la portiera e riprendo a piangere. Due ore dopo arrivo da mia madre, scavo una piccola fossa, seppellisco Gilda e torno da Beatrice. Sto ancora piangendo. Penso di aver pianto così tanto solo quando è morto mio padre. Avevo undici anni e non ho dovuto scavare una fossa in giardino per seppellircelo dentro.

Piango per ore, per giorni, forse per settimane. Piango perché vedo Marco a pezzi, le voleva bene e non sa come aiutarmi. Piango per me e la mia vita senza di lei. Piango per Gilda, per le sofferenze che ha dovuto patire per il nostro egoismo di pseudo genitori. Non mi importa di nulla in questo momento. Mi resta Marco e lui fa di tutto per farmi sopravvivere, perché di questo si tratta per ora. Non è il mio primo lutto, non è la prima volta che sento un dolore atroce, ma è il più profondo e inaspettato trauma che vivo. La perdita assoluta. La perdita della mia bambina. Un mattino, qualche giorno dopo, trovo una lettera sul tavolo della cucina. Marco mi dice di leggerla.

Cara mamma, smetti di piangere e ascoltami. Fino a pochi giorni fa ero solo preoccupata di guarire da questo grosso intervento agli occhi e ce la stavo mettendo tutta. Ma una brutta infezione mi ha proprio messo KO. Era una sfida impossibile anche per una dura come me. Mamma, non essere arrabbiata e non sentirti in colpa. Tu e il papà avete fatto quello che sentivate di dover fare per aiutarmi. Stai tranquilla. Io ho già visto che qui dove sono mi piace un sacco. Ci sono prati verdi a perdita d’occhio, copertine colorate di ogni genere e tantissime piantine sconosciute che non vedo l’ora di annusare. Poi mi hanno detto che si mangia benissimo e io ho proprio un bel languorino. Menu del giorno: crocchette celestiali. Grazie per avermi voluto bene.

Gilda.


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